ProgMagazine numero 5 Maggio 2002
SPECIALE
FIABA
I siracusani Fiaba sono un
gruppo unico ed eccezionale, in queste recensioni cercheremo di capire perchè,
cominciando proprio con l'album d'esordio del 1994. Qualche anno prima il
drummer Bruno Rubino fonda la band con l'idea di materializzare un'atmosfera
folk/medievale senza usare per questo una strumentazione acustica, puntando anzi
su sonorità prettamente elettriche. Completata la band e ricevuto
l'interessamento di diverse etichette specializzate (WMMS, Witchhunt, etc.) è
la sanremese Mellow Records a pubblicare il primo lp. Sarà con questo che la
band comincerà la propria avventura, incuriosendo sia le delicate orecchie dei
progressivi sia la smodata ansia di elettricità dei metallici...
XII
L'APPICCATO (Mellow 1994)
Lp straordinario, ricco
d'intuizioni fulminanti a dispetto dell'essenziale line-up: per la prima volta
il folklore mediterraneo/celtico e l'immaginario medievale s'innestano su un
epic metal sui generis, scarno ed inquietante, progressivo ed irreale. Per fare
un paragone è come se i primi Fates Warning incontrassero le ballate provenzali
di Branduardi, le gighe alla Gryphon/Pentangle e la teatralità di certi Genesis:
al di là delle citazioni apprezzo tantissimo la struttura dei brani, imperniati
su un contenuto fiabesco e naif, grazie alla saggia scelta di impostarli sulle
allegorie espresse nelle liriche. Ritmiche semplici quanto ossessive, assenza di
orpelli, chitarre taglienti e ruvide, dolci quando serve, la voce di Giuseppe
Brancato, giullare di grande espressività, singolare e a tratti irritante:
queste le caratteristiche marcanti del lavoro.
Da ricordare l'avvolgente
epicità di "C'è un posto nel bosco", l'inquietante ballata
"Viene l'angelo", l'hard progressivo di "I sogni di Marzia",
forse il brano più rappresentativo del sound dei Fiaba in cui traspaiono
retaggi post punk/dark wave e l'amore per la descrizione grottesca e fantasiosa;
ancora l'aggressiva "Il signore dei topi", l'impetuosa "Il fauno
bevve l'acqua dalla sorgente" ed infine "Lo spaventapasseri",
litania ipnotica e lugubre come mai mi era capitato di ascoltare.
Un grandissimo esordio.
IL CAPPELLO A TRE PUNTE
(Pick
Up/Lizard 1996)
Il secondo lavoro dei Fiaba
mostra forti differenze dal primo, forse più dal punto di vista stilistico che
lirico/concettuale: l'impostazione folk di base non viene meno, è tuttavia
arricchita da una forte vena gigionesca e teatrale. A cambiare è però
l'impostazione esecutiva: viene dato maggiore spazio alle doti tecniche
(assolutamente non disprezzabili) dei musicisti, penso alle ritmiche più varie
ed alle evoluzioni chitarristiche che creano un impatto più evidente ed una
maggiore e corale epicità, ascoltate la stupenda ed incendiaria "La rana
affogata" e ve ne renderete conto.
C'è spazio per grosse
variazioni, per infiltrazioni hard rock e progressive, dalla teatralità di
"L'omino di latta" al dolore della magnifica "Hanno ammazzato il
drago", davvero intrisa di malinconia e sofferenza. Traspare un più forte
senso di drammaticità nei brani, penso a "Turpino il mostro", o un
amore per il grottesco come nella formidabile title-track.
In conclusione un lavoro diverso, per certi versi più
"digeribile" ma per altri privo di quella vena "stralunata"
che il debut-album esibiva con strampalata lucidità. In ogni caso da avere.
LO
SGABELLO DEL ROSPO (Lizard 2001)
Terzo album dei Fiaba: a bocce
ferme possiamo dire che si tratta del lavoro più difficile, complesso e
progressivo della band sicula, lavoro concepito nel 1995 ma per alterne vicende
solo ora dato alla luce. Opera di elevato valore, “Lo sgabello del rospo” è
un concept album che esalta al massimo il dato distintivo dei Fiaba rispetto
agli altri gruppi: la capacità di materializzare un concetto (una “fiaba”,
nel nostro caso…) e di dargli forma grazie ad una musica di immenso spessore,
lontana dalle ridondanze tipiche del prog e dall’aggressività del metal, pur
toccando (lambendo?) i due generi.
Vorrei spendere due parole sul
tema, si tratta della storia di Pauro che, smarritosi lungo un sentiero, giunge
alla dimora di due streghe che lo dissetano con un infuso: tale bevanda lo
condurrà oltre la porta della città delle rane, governata dalla regina Gebbia,
assisa sul fungo a mo’di trono. Opera piena di simbolismi e metafore,
materializzata con un dato sonoro che si distacca non poco da quanto inciso in
precedenza, al tempo stesso la lunatica poesia del primo album e la teatralità
del secondo sono presenti: mi riesce difficile descrivervi in modo analitico il
lavoro, si tratta di otto scene in cui prevale molto spesso un’atmosfera
lugubre ed oscura ad indicare i luoghi “acquitrinosi” in cui l’opera è
ambientata. La linearità de “L’appiccato” e gli istrionismi de “Il
cappello a tre punte” non vengono traditi, sono anzi arricchiti da mille
piccole invenzioni, vocali e strumentali, soprattutto concettuali, che rendono
questo album una vera sorpresa.
Vi confesso di non resistere
alle scelte stilistiche dei Fiaba, difficili senza dubbio ma di gran fascino,
penso alle note ipnotiche della prima scena, alle chitarre più aggressive della
terza in cui “L’inno alle gocce” di una pioggia tanto anelata è reso con
originalità ed intelligenza sorprendente. Come al solito le ritmiche sono
prevalentemente marziali ma non per questo lineari, anzi spesso tortuose ed
“impervie”, le chitarre poi spaziano tra momenti più lunatici ed altri più
serrati: su tutti svetta come al solito il cantastorie Brancato, espressione di
teatralità naif insuperabile. Vi consiglio di seguire con attenzione la storia
per diversi motivi, innanzitutto il libretto è tale nel vero senso della
parola, raccoglie le liriche che hanno un'evidente prevalenza nell’economia
del lavoro; non meno interessanti sono le mille sfumature stilistiche che
imprimono musicalità ad ogni singola parola, naturalmente anche ad ogni singola
nota. Ed il significato nascosto (almeno quello che ho io liberamente
trovato…) dimostra grande intelligenza e sensibilità, nonchè un afflato
creativo inesauribile.
Non credo di dover aggiungere
altro, piuttosto mi piace pensare ai tre lavori dei Fiaba come ad una trilogia,
eterogenea certo ma dal minimo comun denominatore della fantasia espressa con
massima potenza, ecco perché ho pensato di allegare anche le recensioni dei due
lavori precedenti che purtroppo non tutti conoscono. Si tratta di una band
UNICA, non pensate a loro come una versione italiana di sciocchezze tipo Skyclad
o In Extremo, siamo su territori chiaramente diversi, certo più interessanti.
Credo non possiate proprio farveli sfuggire.
Ah, dimenticavo: “Questo
disco è dedicato alle rane, ai rospi e a tutti i piccoli animali che perdono la
vita nel tentativo di attraversare la strada”.
Grandi Fiaba, è un vero
piacere che ci siate.
DONATO ZOPPO