PSYCHO aprile 2002
I Fiaba sono un prezioso dono che sembra interessare però ai soli cultori del genere prog. Ma il gruppo siciliano suona un rock esteso, per menti aperte dove il progressivo incrocia il folk, dove il metal si sovrappone alla lirica, dove la sobrietà si copre di ironia. Un rock che è tradizione e modernità, un rock che sa di....Fiaba!
I Fiaba si sono formati sul finire degli anni '80 e, dopo lunghi percorsi e molte collaborazioni che leggerete nel corso dell'intervista, oggi possono vantare una discografia di tre album assolutamente stupendi nel loro essere originali, ma fruibili all'ascolto.
La prima mossa è arrivata con "XII L'Appiccato", nel 1994, per la Mellow, poi sono approdati alla Lizard e, due anni dopo, hanno pubblicato "Il cappello a tre punte". A seguito di un periodo di silenzio, non assoluto, i Fiaba sono ora ritornati con il loro album più bello ed importante, "Lo sgabello del rospo", magicamente in bilico tra alambicchi progressivi e spruzzate di folk metal. Un album che segna anche l'inizio della collaborazione professionale tra la Lizard e l'Audioglobe Distribuzioni. Di questo e di altro ci parla il batterista Bruno Rubino.
Ho
notato che le registrazioni di 'Lo Sgabello Del Rospo' risalgono addirittura al
1995: cosa avete fatto in tutti questi anni? E lo stato della vostra
attività concertistica?
Al 1995 risale la composizione dei brani, in effetti la registrazione è del 1999. Abbiamo avuto diverse vicissitudini che hanno ritardato la pubblicazione del disco; molte delle labels che ci avevano dato la loro disponibilità si sono tirate indietro all’ultimo momento, durante le riprese è stato erroneamente cancellato uno dei brani ( Al cospetto della regina dei funghi) che abbiamo dovuto registrare ex novo, naturalmente lo studio ha coperto le spese del misfatto e l’etichetta non ha avvertito il colpo ma questo è stato solo uno dei problemi iniziali, a lavoro finito, l’intero master, è stato anch’esso cancellato dall’hard disk, fortunatamente avevamo già realizzato il missaggio ma questo ci ha precluso la possibilità di intervenire in futuro sul lavoro fatto. Devi considerare che in questi anni il gruppo ha subito sostanziali cambiamenti di line up, a me e Brancato si sono affiancati i due nuovi chitarristi Massimo Catena e Carlo Bonfiglio ed al basso il già Alembic Virtual Giuseppe Capodieci, tutto questo per un verso ha ritardato l’iter del gruppo ma devi anche considerare che il nostro repertorio non si limita solo a ciò che abbiamo pubblicato, con i nostri inediti saremmo in grado di sfornare tranquillamente almeno due LP, i nuovi brani sono già ampiamente conosciuti dai fans che ci seguono dal vivo, anche se i concerti come per chiunque non sono mai abbastanza. Attualmente stiamo registrando un singolo, uno dei nostri inediti dal titolo “Angelica E Il Folletto Del Salice”, stiamo anche terminando le riprese del video de “I Sogni Di Marzia” la suite presente nel nostro primo album.
Lo
sai che da più parti leggo e sento dire che siete l'unica band italiana che
riesce a conciliare il rock con la nostra lingua? Ma qual è il vostro segreto,
oltre al talento indiscutibile di Giuseppe Brancato, un cantante straordinario?
Credo
sia dovuto al fatto che la maggior parte delle bands (quando non applica su un
brano la traduzione di una lirica precedentemente scritta in inglese) cerchi
comunque di utilizzare la metrica italiana su una base musicale anglofona, mi
riferisco sia sul piano melodico che su quello ritmico, una delle nostre
caratteristiche è quella di creare un telaio ritmico che assecondi il movimento
metrico delle strofe nella nostra lingua e una melodia, già forte di caratura
italiana, che sia a servizio del suono della parola stessa, in pratica musica e
testo nascono assieme uno a sostenere l’altro ma credo che la cosa più
importante di questo metodo sia il fatto che si riesce a conferire alla forma
canzone un fortissimo potere evocativo.
A
sentire che il futuro del rock è la contaminazione mi viene da ridere. I Fiaba
fanno questo dal loro primo album 'L'Appiccato' del 1994, ma la critica sembra
avere orecchie solo per chi ha contaminazioni etniche che provengono dai paesi
esotici..... Non pensi che il vostro approccio rock vi abbia precluso delle
opportunità?
Sapevamo dall’inizio di precluderci tutte le strade con una scelta artistica così drastica ed unidirezionale, non sono molti quelli che riconoscono la coerenza come valore nel percorso di un gruppo e la personalità come intenzione, anche se come sai ogni nostro CD è diverso dal precedente c’è una linea di continuità stilistica che contraddistingue tutti i nostri lavori da dieci anni a questa parte ed ogni giorno paghiamo il prezzo di questa scelta ma è niente al confronto del fatto di provenire da un’isola, la difficoltà di movimento e di gestione di un gruppo nelle nostre condizioni è inimmaginabile per musicisti abituati a vivere ad esempio in centro Italia, è comunque la strada che qualsiasi artista è costretto a percorrere se vuole realmente anteporre l’esigenza espressiva al successo.
Ci
racconti in breve il tuo cammino di musicista, fino ai giorni nostri?
Ho
cominciato a suonare a sedici anni come tastierista, a diciotto ho conosciuto
l’heavy metal dei Maiden ed ho cambiato strumento passando definitivamente
alla batteria da allora ho militato in diversi gruppi tra i quali Ydra, Neoria,
Halzaimer(nei quali ho conosciuto Giuseppe Brancato), Arabesque, Ancient Oak
Ensemble, altre bands con le quali non ho inciso nulla, ho anche suonato per
diversi cantautori e composto svariate canzoni per altri artisti, ho collaborato
alla stesura dei brani per la splendida voce del soprano Ega e scritto una breve
opera sinfonica di appena trenta minuti (che non sono ancora riuscito a mettere
in scena ) “Notturno A Sei Zampe” fra le altre cose ho avuto l’occasione
di fare un’esperienza come produttore artistico nel primo CD degli Alembic
Virtual “Musikaal”. Tutto questo è costato un enorme sacrificio e per amore
della musica ho anche dovuto rinunciare a suonare per molti anni. Però ho avuto
grandissime soddisfazioni in particolare dai fans dei Fiaba che con le loro
stupende missive hanno riempito completamente un intero cassetto della mia
scrivania. La delusione più grande è il fatto di avere scoperto che l’idea
ottocentesca dell’artista che vive di ciò che produce realmente di sua
ispirazione sia un modello che non esiste più nel nostro tempo e che quello che
viene spacciato per arte ( e ne è l’antitesi) debba piegarsi necessariamente
alle leggi di un mercato idiota del quale neanche i fruitori sono soddisfatti.
La mia speranza per il futuro è naturalmente che tutto ciò cambi ma qualsiasi
cambiamento, anche se ciò avvenisse, ha un’inerzia e francamente non sono
molto ottimista.
I
vostri testi potrebbero avere tranquillamente un adattamento teatrale: come
riesci a scrivere testi così lunghi ed affascinanti senza mai renderli prolissi
o noiosi? Inoltre è bellissimo questo vostro recupero delle leggende delle
vostre terre, un'opera culturale che meriterebe ben altra considerazione, ma
anche in questo caso la critica subisce il fascino di leggende del Nord Europa
che non ci appartengono per nulla.....
Ciò che dici è vero, il booklet de “Lo Sgabello Del Rospo” è organizzato come un libretto d’opera, potrebbe essere tranquillamente messo in scena così come si trova. I nostri testi sono lunghi quanto basta per raccontare degli accadimenti su un piano immaginifico ma, anche se descrittivi, hanno lo scopo principale di rendere l’ascoltatore partecipe delle nostre visioni su un piano sensibile, per noi è molto più importante il modo in cui vibrano le parole che il racconto stesso, credo che sia questo il motivo per cui le liriche nei Fiaba riescono ad essere il perno del lavoro musicale e la fiaba l’obiettivo da raggiungere. Credo comunque che preferire le leggende del Nord Europa rispetto a quelle nostrane sia semplicemente un problema di smodata esterofilia che affligge noi italiani.
Cosa
sogni per il futuro del rock?
Etichette
pronte a produrre i più folli progetti di sperimentazione musicale senza
nessuna riserva, per ogni musicista coraggioso un produttore coraggioso e luoghi
deputati all’esibizioni a mai finire per le bands meno fortunate. Vorrei
infine segnalare la nostra nuova e-mail:
fiaba@excite.it
e il nostro nuovo sito ufficiale:
www.fiabaweb.com
.
GIANNI DELLA CIOPPA
PSYCHO ottobre 2001
PSYCHO giugno 1997
Storie di un tempo che fu.
Non confondeteli con una band progressive, perché nei Fiaba il gusto per il medioevo e le ambientazioni cavalleresche hanno incontrato un metal epico e glorioso, memore di un tempo in cui gente come i Warlord dominava le pagine dei giornali specializzati.
Già apprezzati nel ’94 per il loro debutto “XII L’Appiccato”, i siciliani Fiaba confermano con il loro secondo lavoro l’assoluta unicità della loro proposta: una musica capace di far rievocare tutto il fascino del folklore medioevale, attraverso un linguaggio originalissimo, che qualcuno ha definito, fantasiosamente, “Elfic Metal”, dominato dalle imperiose e teatrali interpretazioni del singer Giuseppe Brancato. Ne parliamo con Bruno Rubino, batterista e compositore di tutti i testi e le musiche.
Come definiresti i Fiaba?
“A me piace pensare che la nostra musica possa essere considerata come una forma molto audace di evoluzione dell’epic metal. Mi rendo conto che il nostro stile, da alcuni paragonata ad una versione metallizzata di Angelo Branduardi!, è lontano da quello di Manowar e Warlord, tuttavia queste band, insieme ai primi Maiden, costituiscono il mio background perciò, quando ho dato vita ai Fiaba mi sono riproposto di suonare qualcosa che, partendo da quel sound, potesse ricreare delle atmosfere altrettanto evocative, utilizzando delle strutture compositive assolutamente inedite nel metal.”
Molti vi hanno accostato al rock progressivo. Cosa ne pensi?
“I nostri testi e la nostra immagine richiamano sicuramente quel genere e le ambientazioni medievaleggianti che caratterizzano i nostri brani potranno senz’altro piacere ai suoi seguaci; tuttavia, il nostro approccio, essendo pure assenti le tastiere, è di certo più heavy e sobrio rispetto ai canoni del prog; anzi, nel nuovo discol’impatto è più presente che in passato, grazie a sonorità potenti e, per così dire, “live”.”
Hai accennato ai vostri testi, vuoi illustrarcene meglio i contenuti?
“Io utilizzo prevalentemente delle figure tipiche della tradizione medievale e rinascimentale, costruendoci intorno delle storie semplici, che mantengono così quel sapore arcaico caratteristico dei racconti popolari. Nel caso specifico del ”Cappello a tre punte”, ho sviluppato quasi una sorta di concept sulla mostruosità, sempre dal gusto molto millequattrocentesco.”
Ho sentito di una vostra collaborazione con la Underground Synphony, che puoi dirmi a riguardo?
“Maurizio Chiarello della U.S. è rimasto colpito da “Il cappello a tre punte” e ci ha offerto di farne una versione in inglese per la sua label. Abbiamo accettato con entusiasmo la sua proposta e adesso stiamo approntando tutto affinché questa produzione possa venir fuori nel giro di pochi mesi.”
SALVATORE FALLUCCA