01 - L'omino di latta
02 - Turpino il mostro
03 - Il cappello ha tre punte
04 - La rana affogata(morte di Ranerò)
05 - Il segreto dei giganti
06 - La profezia
07 - Il passo della gallina
08 - I cento stivali
09 - Hanno ammazzato il drago
10 - Scerrinath il fiore delle bugie

L’omino di latta

C'era una mela col bruco, la cornacchia col lupo ed un uomo colle mani grandi che faceva i balocchi, ne riempiva tre sacchi.
Cocci a cui dava la vita con le agili dita (chissà quante volte avrai gettato certamente, in passato) si muovevano soli.
Forse un carro curvo dalla strada un po' sconnessa lento arriverà, l'uomo colla barba lunga e la bisaccia piena d'oro gli dirà: - Ti regalo uno zecchino, voglio quello strano omino -.
- Eccolo che arriva, già mi tremano le gambe, viene proprio qua-, disse quell'omino figlio della latta e della stoppa, che lo sa.
- Fa vedere da vicino! No quello… l'omino!-
Scappa sopra il pentolino, sul sacco di lino, nel tino.
- Eccoti qua piccolino… Dai vecchio! Prendi uno zecchino… facciamo due, oggi è stata una buona giornata per me. -
Il carro dei mostri che gira le strade ti porta lontano, mostrarti vorrà!
Il carro dei mostri, che gira le strade, che gira e che gira e che gira…
Erano rinchiusi dentro il carro, fra le sbarre (e lui era la) l'uomo cane, l'orso triste, l'aspica e cos'altro solo Dio lo sa.
- Vieni un poco più vicino, prenditi quel lanternino.-
- State lì da molto? -
- Siamo qui rinchiusi solo da un eternità -
- Certo che vi credo, ma non vedo lo motivo della crudeltà -
- Sempre mostri siamo stati e perciò veniam mostrati-.
Colle mani sue di latta dita nei lucchetti, gli scatti - Che succede qui dentro?! -.
Scappano sui tetti, negli anfratti, di scatto.
- Anche il gatto… -
E l'omino di latta.

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Turpino il mostro

C'è là una villa con i cancelli grandi, con un roseto e quattro cani bianchi; un oscuro segreto il padrone vi cela.
Se mi seguite vi mostrerò le mura dov'è che s'ode scavare la creatura che c'è.
Venite, presto! V'indicherò la strada ma siate pronti qualunque cosa accada, che a sentire grattare il tuo sangue si gela.
Ditemi, presto, su, chi di voi non viene, andare, certo si sa, non conviene.
Ecco la villa con i cancelli grandi, con il roseto e i quattro cani bianchi; la sorella dell'uomo che scende le scale.
Un lume spento porta la donna cieca, dalle segrete sente una voce fioca e non sa.
Dice il fratello: - son io che t'ho chiamata - e l'attendeva a candela smezzata - serve luce ma tu… puoi tornare a dormire -.
Voi fate piano, che poi dobbiamo entrare, cosa nasconde dobbiamo scoprire!
Turpino, l'essere scuro, murato vivo; unghie di gatto gratti sul muro ma non ti apre nessuno.
Attenti ai cani! entriamo dalla legnaia; di cose strane ve ne sono a migliaia.
- Andiamo via, se a lei mente a noi cosa può fare?! -
Storte, alambicchi, vi sono tubi a vista; sembra più l'antro di un nero alchimista…
E Turpino, l'essere scuro, murato vivo; unghie di gatto gratta sul muro ma non gli apre nessuno.
Turpino, l'essere scuro, murato vivo; unghie di gatto gratti sul muro ma non ti apre nessuno.
Il suo respiro che si smorzava piano, sull'abbaino poggiava la mano.
- Signore mio fate il comodo vostro, fa che muoia come gli uomini se sono un mostro -.

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Il cappello ha tre punte

Il mio cappello è stato cucito da tre folletti di un regno fatato che come dono di un giorno di Maggio me l'han regalato.
E a chi mi dice che non mi si addice la strana foggia di questo cappello io gli rispondo: - Sarà che ai folletti pareva assai bello -.
Il primo mi disse: - Pensai all'unicorno - e cucì giusto al centro un magnifico corno e l'altro pensando, chissà, forse a un bue, un poco invidioso ne fece altri due.
Ma voi sapete che assai meglio cuciono coi piedi in aria e la testa di sotto, ecco perché il cappello cornuto il corno ha verso il basso rivolto.
Ma il terzo folletto che fece il cappuccio color della notte mi disse: - Possiede un gran dono, nel regno fatato i cappucci son rossi son verdi son blu ma di neri due o tre ce ne sono, questo cappello ha un grande potere come potete di certo notare ma ricordate che pure bisogna saperlo indossare - .
Se tu ancora non lo noti non fa ridere solo i savï ma anche gli stolti, i minchioni e gli idioti.
E quando mi vedono tanti poi ridono ma tanti parlano solo con me, gli dico che il mio cappello è stato cucito da tre folletti di un regno fatato che come dono di un giorno di Maggio me l'han regalato.
E a chi mi dice che non mi si addice la strana foggia di questo cappello io gli rispondo: - Sarà che ai folletti pareva assai bello -.
Il primo mi disse: - Pensai all'unicorno - e cucì giusto al centro un magnifico corno e l'altro pensando, chissà, forse a un bue, un poco invidioso ne fece altri due.
Ma lo sapete che i folletti cuciono meglio con culo al cielo rivolto, ecco perché il cappello ha tre punte.

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La rana affogata
(Morte di Ranerò)
Rane rane, rane che Ranerò.
- Crederò le mie lacrime come la pioggia che è madre del fiume che piange la piena e la luna che è un buco nel cielo bugiardo, lo so! Se non fosse che il chiaro di cielo è coperto di nuvole come da un velo la morte sarebbe lontana da me, rane rane -.
Ti chiedi forse come una rana possa affogare in una pozza di pioggia?!
- Se sei bravo provaci tu! -
Se sei modesto come le rane provaci a fartelo tu questo bagno di notte!
Calmo è il vento della sera, solo un lume alla finestra.
Scende il buio della notte.
Senti piano il suo respiro.
Pioggia che c'è stata ieri.
Torna presto temporale!
- Figlio della sua tempesta gracidava questa notte -.
Penne bianche di civetta, occhi chiari per vedere, sentimenti lenti per chi non ti sa capire bene.
Una luna ti guardava, cielo che si sa assassino, notte dalle mille spire, - C'era una rana che affogava -.
Rane saltano impazzite, solo un forte gracidare, gira il corpo che galleggia giostra pazza che rallenta, saracino che si ferma un fantoccio che non muore.
- Rare rane re né paggio, guarda dritto nel tuo cuore -.
Con il ventre gonfio in alto e con gli occhi dritti al cielo; guarda bene che teatro, sembra finto invece è vero e la rana, muta d'acqua, tacque il suo respiro.

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Il segreto dei giganti

Quando il gigante si sveglia non sbagli, dal tiglio è caduta una foglia.
Dorme di un sonno leggero ma dice davvero: - Paura non ho -.
I passi (Che passi!), da lì non ci passi, la grotta lo so, crollerà.
Sistema il cuscino di paglia ed il mulo che raglia dormire nol fa.
Prendere sonno è un problema, c'è luce di notte tu pensa di giorno.
Poi scuote gli alberi intorno ed il cielo dipinge di ali di corvo.
Si gira, si alza, poi sbatte la testa ma infine lo so, dormirà.
L'altro gigante, poco distante, assai strano… sa solo dormire, poggia la testa sul grosso guanciale e di colpo si mette a sognare.
E dorme, poi sogna, di giorno, di notte, si sveglia ogni tanto, chissà?
Nessuno conosce il segreto che il grosso gigante dormire lo fa.
Così quell'altro, curioso del fatto, invidioso del fato beffardo, getta uno sguardo alla grotta di quello che dorme - ma lui come fa?! - lo piglia, lo scuote, è già sveglio - qual è il sortilegio che il sonno ti dà?! -.
- Amico, i giganti ci sentono troppo, volere del nostro destino, così, quando viene la notte, io metto alle orecchie due tronchi di pino, negli occhi due massi, che luce non passi.
- Di tutte le cose ecco qua, è questo il segreto che ogni gigante vorrebbe sapere e non sa -.

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La profezia

Nel mio campo c'è un albero strano e pende da un ramo che sembra una mano il frutto del bene e del male.
Le cicogne portano i bambini e sui camini il fumo è sempre chiaro, sembra strano ma è così.
Più lontano c'è un castello, è fatto di blocchi di pietra e regge con l'edera sulle pareti, le cicogne non ci vanno mai e nei granai il fumo fu una volta quando il fuoco li bruciò.
Nel castello c'è un signore e una donna porta in grembo il figlio suo ma è rinchiusa in una torre, così egli volle - che il nascituro muoia! - sembra strano ma è così.
Quella dama dice all'uomo che il figlio è già nato e lei di nascosto lo avrebbe allattato ma egli fede non le presta - dalla finestra di certo hai gettato il bambino già morto, lo so.
Sulla torre c'è una finestra, si affaccia a strapiombo sul mare, neanche una volpe potrebbe scappare.
Ma la donna allatta bene - Se ne conviene che il figlio lo tiene celato al sicuro - ma…
Da una crepa, nella stanza, un topo più grigio del mare d'inverno sicuro passò.
È svelato il suo mistero, non sembra vero, la donna allattava la bestia che poi se ne andò.
Il signore sale per le scale, il pugnale stringe pieno d'odio.
La dama aspetta l'animale, con la bocca avida verrà.
Nella stanza quella donna trema, passi che risuonano nell'aria, luce che filtra sotto l'uscio - è la fiaccola che acceso avrà -.
Entra, punta il dito, grida: - strega! Tu, che conosci quella profezia, vuoi che ti spacchi il cuore? e sia! Muoia colui che il trono mio vorrà -.
Quell'uomo pazzo d'odio e di paura di chi è alle spalle cura non si prende, la bestia esce dalle mura, lo sorprende, salva la madre dall'infamia.
Il ratto cade coll'uomo nello strapiombo sul mare che riceve per dono un altro corpo di già.
Nel mio campo c'è un albero strano e pende da un ramo che sembra una mano il frutto del bene e del male.
Le cicogne portano i bambini e sui camini il fumo è sempre chiaro, sembra strano ma è così.

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Il passo della gallina

Avanti e gira di prima "il passo della gallina" il ballo macabro dei santi e dei re.
Di lato gira la coda come la serpe che si snoda.
La botte ch'era chiusa e con un colpo si schioda.
La danza curiosa del ratto.
Il topo che insegue il gatto.
E tutti in cerchio che si mettono a ballare come come me.
Nella botte c'era un bambino che si univa allo strano festino e che sopportava a stento questa musica che c'è.
E ballano come prima, al passo della gallina, questo ballo macabro che il piede se ne va da sé.
Doveva venire deforme per fargli fare il giullare ma che gli prese?
Quella sera non poteva stare, il giovane, il fanciullo, non può disubbidire ma non gli importa, lui la sera esce e va a danzare.
E… la figlia del re, ch'era appena bambina è in età da marito, mentre attende lo sposo non rinuncia all'invito e danza con me.
Quella sera tutte le bestie, rispondendo alle molestie, si ribellavano ai padroni che non hanno più, pure i topi del fieno giallo, puoi vederlo pure tu, dopo il canto del…
L'hanno ammazzato, non canta più; si mettevano a ballare, non importa non quale animale, con il passo cadenzato che la testa fa su e giù, anche il tarlo del legno vecchio con la piuma di gallo in mano, anche il topo, diritto come un cristiano, con quello vicino si tiene per mano.

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I cento stivali

Mastro Giovanni lavorava gli stivali e la sua adorata moglie lo aiutava e al villaggio la fama del vecchio cresceva ancora.
La bottega di ferri ed arte messi da parte era piena, lavoro ce n'era e - la nera miseria è lontana - la casa ora è in festa ma il riposo dov'è?!
E dalla porta (Ma cosa importa, un altro uomo) entrava quest'uomo imponente, fra tanta gente che si affacciava, che domandava: "stivali?" era l'unico che gli disse fiero del suo danaro - tre sacchi d'oro per gli stivali, il tuo lavoro ti pagherò ma se domani al mattino non sono già fatti tu bada, io prendo questa spade e…-
Al mattino il signore ritorna e gli cerca le scarpe e ne ordina altre: - se non sai sono il capo delle guardie del re, cento paia ai soldati o la scure per te! -.
Dieci giorni di tempo ed il vecchio cuciva - quattro paia non bastano… - lui non c'arriva.
Ma il destino è bizzarro e bizzarri gli dei e il mattino seguente lui ne trova altre sei.
E una sera lui sentiva dei rumori e dalla porta socchiusa si mise a spiare, con sorpresa vedeva qualcosa che non capiva.
Egli vide "gli omini piccini che sembra che un palmo è già assai" e li vide cucire e inchiodare - lo stanno facendo per me, guarda moglie cos'è! Non far rumore, già sono ore che a lavorare si son prodigati pazienti e sono tutti senza indumenti, con questo gelo si danno da fare, perché? -.
Il ciabattino ne ebbe pena, con la consorte cucì i vestiti, scarpe e cappucci e sopra il tavolo li lasciò e la sera gli omini, tornando, contenti e stupiti, trovarono i vestiti e…
Al mattino il signore ritorna e gli cerca le scarpe che ha messo da parte - Tu ricordi? Sono il capo delle guardie del re. Questi sacchi di oro sono tutti per te -.
E gli omini felici che vanno a danzare sotto il cespo di more, che vanno a gustare, sotto il cespo di more, che natura le crebbe dal sapore di dolce giulebbe.

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Hanno ammazzato il drago

L’ hanno infilzato con una lancia, hanno ammazzato il drago.
E la gente: - Venite, toccate, vedete lo mostro che buffo s’ è fatto!-
E ogni volta che vedo una bestia morire mi metto a pensare, mi affanno a capire,
direte che sbaglio però io di draghi ne ho visti morire e lo so.
Con una mano sopra la lancia e l’altra sulla coscienza ci ammazza li draghi,
chi fa come noi, che ha paura d’errare ma tu, cosa vuoi?!
L’editto del re non ammette l’errore “ Chi sbaglia alla gogna” passato è il timore!
Non c’è da capire, qui dice che il drago è un mostro e che deve morire.
Non mi guardare con quella faccia che non è colpa di chi ammazza li draghi,
Così va fatto, lo dice lo re!
E non pensare che ciò mi piaccia.
Uomini, fate girare la brocca, voglio ubriacarmi di sidro!

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Scerinnath, il fiore delle bugie

Il fiore delle bugie porta nel regno del sonno tutta la gente del mondo.
Li fa dormire per anni, finché non s'alzano più.
Io che son nato folletto (e non lo nego m'alletta) mentre voi altri dormite, che fate, non ite?
Io scendo in cantina e poi bevo il tuo vino.
Salgo, mi butto sul prato, mi bagno di brina, m'insozzo di polline e poi, mentre tutti dormono, viaggio col carro dei cieli verso città di ninfë, vedo cantare le cose, vedo danzare le bolle e non è stato il tuo vino (pensa a quand'eri bambino).
Guarda, lì, sotto il cuscino dove mettesti i petali di rose.
Guarda vicino le cose che hai messo di lato in soffitta, tra i fiori del prato, è là che s'apre la porta, porta verso le canne del fiume.
Segue le rocce quell'acqua, funghi che fanno vapori e sei fuori.