MELODIE E DISSONANZE     giugno/settembre 1994

 

Fiaba: “XII L’appiccato”(Mellow Records)

 

Fiaba è l’ultimo parto musicale della prolifica terra di Trinacria. Una band composta di cinque giovanotti che in realtà, due chitarre a macinare riff, nessuna tastiera, erige una serie di sfondi dipinti con toni naive che stridono più di hard-rock che di sano, canonico, e rassicurante progressive omologato; nient’affatto dedito, per intenderci, alle regole della band di buone tradizioni, quella che possieda, cioè, schemi e dimensioni riconosciuti dalla torma.

Poiché quest’ultima tipologia non ci appassiona proprio, riteniamo che questo disco abbia comunque alcune ottime frecce da scoccare verso il bersaglio.

La straordinaria personalità di Giuseppe Brancato innanzitutto. Un vocalist teatrale, grave di accenti plateali, ma terribilmente avvincente. Che ricorda Branduardi se questi fosse più perverso, e dunque cantore di storie paesane frequentate dagli esseri più obliquamente fantasiosi che sia dato di sentire da molto tempo a questa parte: spaventapasseri che desiderano volare, aquile che rubano gli occhi ai fauni, topi che chinano il capo e salutano, giganti che giocano a biglie con le pupille altrui. Un melange letterale, tra tradizione colta e popolare, che è di forza dirompente nell’odierno panorama delle bands che adottano una lingua favolistica azzoppata dall’incapacità di andare oltre il solito, stanco, cavaliere errante, al di là di un drago dall’alito più puzzolente che fiammeggiante, oltre una dama immacolata dalle trecce oramai brizzolate.

Era ora che qualcuno cambiasse registro. E se la quantità non pare sposarsi, proverbialmente, alla qualità…beh, qui la logorrea sta di casa e non ne perde in classe.

Tra ridondanti filastrocche e quadretti opulenti di contorto favolismo, il libretto del CD riporta una marea di parole che rischierebbe di affogare qualunque struttura musicale che non fosse più che solida. E dietro la ricercata semplicità che mette le note in fila, risiede l’altro vincente segreto dei Fiaba. Un pugno di brani sostenuti dal vicendevole apporto che una chitarra elettrica offre all’altra, senza assoli chilometrici, né trovate a base di effetti presi in prestito dalla “Industrial Light and Magic”. Con l’aggiunta di una chitarra arpeggiata, ma ancora semplicemente, qua e là; un basso e una batteria espressive, talvolta in odore di folklorico abbandono e un lavoro collettivo che aiuta smussare le poche asperità.

Il teatrino itinerante dei Fiaba si è messo in movimento. Raccontando incubi e sogni sporchi di cenere a guisa di canzoni scritte rivoltando i Tarocchi. E se vi mette in apprensione l’uscita dell’ Appiccato, non preoccupatevi: basterà girare la carta e colui che pareva condannato a soffrire a testa in giù si troverà ad eseguire un ballo rinascimentale. Così è pure questo disco, ambiguo e reinterpretabile, equivoco e sfuggente: la sua forza.

 

ANDREA SONCINI

 

MELODIE & DISSONANZE   aprile 1993

 

Fiaba “I sogni di Marzia”

 

Questo quartetto siciliano è l’ennesima dimostrazione di una scena nazionale prog attiva e di altissima qualità. I Fiaba nascono nell’estate del 1991 da un’idea del batterista Bruno Rubino, che unisce sotto questo nome vari musicisti con i quali aveva collaborato in diverse formazioni, ritenendo che avessero la sua stessa voglia di cercare un suono nuovo. Il primo demo-tape esce nel gennaio del 1992 e “XII L’appiccato” riceve critiche lusinghiere. I Fiaba non si crogiolano nei buoni responsi e cercano subito di focalizzare le nuove idee in un prodotto a maggior diffusione e registrato professionalmente. Ecco così “I sogni di Marzia”, un demo-concept dalla grafica ottima e, soprattutto, dai contenuti incoraggianti. Con sonorità celtiche ed una propensione a curare gli arrangiamenti acustici in modo perfetto e grazie a Giuseppe Brancato, un cantante straordinario per versatilità e scelte melodiche, i Fiaba si ergono nettamente sulla scena italiana e non solo. Il loro punto di forza è l’originalità, i quattro generano realmente un sound particolare che non sembra avere punti fissi di riferimento. La chitarra di Andrea Quartarone opera spesso tra brillanti arpeggi e ritagli elettrici di accompagnamento ritmico, evitando elucubrazioni solistiche, preferendo la resa globale piuttosto che l’appagamento personale. Nell’unica traccia che si divide i varie partiture, “I sogni di Marzia” i Fiaba mettono in campo doti compositive non comuni che non avrebbe senso descrivere freddamente su carta. Ci sono riferimenti ai Jethro Tull, affiorano detriti dei Saracen, spiragli dei Genesis e tanta voglia di essere originali. Mi aspetto molto da questi ragazzi. Dire di più non avrebbe senso.

                                                                                                                    

GIANNI DELLA CIOPPA