METAL SHOCK       febbraio 2002

 

I Fiaba sono certamente una delle più geniali rock band italiane di tutti i tempi.... Fin da "L'Appiccato", hanno indicato la strada maestra ad un heavy metal progressivo fortemente caratterizzato da sapori folk. Ora è il turno de "Lo sgabello del rospo"...

Questa volta mi limiterò nell'introdurre l'intervista. Quella concessami dai Fiaba è poco usuale ed esce dagli schemi prefissati. Ho deciso, dunque, a parte qualche lieve taglio, di riprodurre "in toto" la medesima in modo da poter presentare al meglio il magico mondo dei Fiaba, una delle più veritiere testimonianze del fatto che si può fare rock immortale anche qui in Italia.

Da quali necessità di fondo nasce ‘Lo Sgabello Del Rospo’?                                                                                                                            

Da una profonda esigenza espressiva, riteniamo l’ispirazione la ragione fondamentale di ogni singolo lavoro.

Quale concept si cela dietro la scelta di tale titolo?

"Sgabello del rospo" è la traduzione letterale dall’inglese di “Toad-stool” un fungo allucinogeno appartenente all’iconografia fiabesca conosciuto nella nostra penisola con il nome di amanita muscaria, l’avrete certamente notato per il suo inconfondibile colore rosso maculato di bianco, anticamente i bretoni chiamavano il rospo “la regina dei funghi”, queste due circostanze hanno ispirato fortemente questo nostro lavoro, il fungo diventa la chiave che apre la porta per la città delle rane cosicché il protagonista “Pauro” compie un viaggio psichedelico attraverso questo mondo a lui sconosciuto.

Cosa rappresenta per voi la figura del ros po?

In questo disco il rospo prende il nome di “Gebbia”,  che in Sicilia è il termine con il quale vengono chiamate le antiche vasche d’irrigazione. Gebbia è la regina dei funghi, regina delle rane, unico rospo nel regno di Acquaria. Nel mondo delle fiabe il rospo è stato sempre uno dei tramiti metamorfici fra uomo ed animale, innumerevoli sono le favole nelle quali un umano è dapprima trasformato in bestia da un incantesimo successivamente spezzato da una azione coraggiosa (vedi bacio d’una principessa) in questo caso la connotazione femminile dell’animale nulla toglie alle prerogative magiche di questi, specie su un piano simbolico, nel  concept, la regina delle rane, rappresenta per il protagonista una sorta di incrocio Virgilio-Beatrice, è lei che conduce Pauro ad una maggiore consapevolezza delle cose che lo circondano.  

Il rospo non è forse tutti noi quanti?

È un’interessante teoria, ma per rispondere a questo dovremmo sapere cosa rappresenta il rospo per te.

Mi pare che avete strutturato il vostro nuovo album come una piece teatrale…

In effetti è possibilissimo rappresentare “Lo sgabello del rospo” sottoforma teatrale, come hai visto il booklet è stato realizzato esattamente come un libretto d’opera.

In che modo avete sviluppato la sceneggiatura del vostro nuovo album?

Semplicemente tenendo conto dell’iter spirituale che percorre il protagonista della nostra storia.

Mi volete parlare di ogni brano presente ne ‘Lo Sgabello Del Rospo’?

(scena prima)La via per la città delle rane

Pauro, tornando in paese dopo un lungo viaggio, scorge un sentiero di cui aveva sentito narrare da bambino e che raramente appare alla vista degli uomini, decide di seguirlo e camminando per un giorno intero perde la via del ritorno.

Esausto, giunta la sera, segue la scia di lucciole che è giusto cammino alla dimora di due streghe.

Ospite ignaro, il viandante si disseta di un misterioso infuso che lo condurrà oltre la porta per la città delle rane.

(scena seconda)Canto dei guardiani crepuscolari

Le rane trovano Pauro esanime nell’acquitrino e conferiscono con Gebbia il rospo, regina dei funghi, affinché dia disposizioni sulla sorte dell’intruso.

(scena terza)La festa alla pioggia

Pauro viene tratto in salvo dalle rane, che lo portano nel regno di Acquaria. Entrato in città, il popolo dello stagno festeggia come al solito l’avvento della pioggia, fonte di vita e di benessere per tutto l’acquitrino.

(scena quarta)Al cospetto della regina dei funghi

sfinito e sgomento, Pauro con le vesti ormai logore e pregno di odori intensi, sfila legato in mezzo ad un esercito di rane, fino al trono di Gebbia, suscitando bizzarri interessi morbosi nel popolo dello stagno                                                                                                                                                                                          (scena quinta)Una cena da re nelle segrete di Acquaria                                                                                                                                                                                                                                                 il prigioniero è condotto nelle segrete della città, dove viene rifocillato dal gran cuciniere che gli insegna l’ arte del gustare “l’insetto”.                                                                                                                                               (scena sesta)La stanza dei profumi                                                                                                             Gebbia conduce Pauro a palazzo, attraverso lo stagno, mostrandogli segreti delle rane che nessun uomo ha mai visto prima d'ora, sino ad arrivare alla splendida stanza dei profumi. ebbro delle essenze emanate dalle ampolle, lo straniero accetta la corte della regina, che promette di lasciarlo andare dopo una notte d’amore.                                                                                                                                                           

(scena settima) La morte di Gora                                                                                                                                                                                                                                                                  una volta tornati sulla terraferma, quando tutto sembra tranquilla, un volo di libellule fruscianti sul canneto segna l’arrivo di Gora la serpe, antico nemico delle rane. Il serpente semina il terrore nel villaggio, finchè Pauro non l’uccide.                                                                                                                                                                                                                                                                           (scena ottava) Lo sgabello del rospo                                                                                                              

Gebbia rivela a pauro il segreto del misterioso fungo, suo magico trono. Grazie alla regina il viandante ricorda gli accadimenti che l’hanno portato fin là. Il rospo dona al forestiero una falena, a mò di guida, per ritrovare la via del ritorno, le rane festeggiano così la sua partenza con canti e danze. Pauro perde i sensi poco distante dal villaggio e smarrisce fatalmente l’anello, unica prova tangibile dell’esperienza vissuta.

In che modo le parti recitative e quelle cantate si fondono?

In questo lavoro il recitativo serve solamente a completare la narrazione integrandone delle piccole parti di cui per altro avremmo potuto fare a meno ma che conferiscono all’opera un maggiore pathos.

In che modo la parola influisce sul lato musicale del brano?

Ogni parola ha già in se il suo “movimento ritmico” ed un suo “senso melodico” cerchiamo di capire le prerogative di ogni singola frase componendo la musica su di essa al fine di esaltarne il senso per sottolinearne il potere evocativo.

Che ruolo giocano i testi all’interno dell’universo sonoro dei Fiaba?

La fiaba è il motivo portante che determina tutte le nostre scelte compositive, direi che i testi sono la base dei Fiaba.

Che atmosfera regna nell’album?

Sicuramente onirica, a tratti cupa, l’odore dell’acquitrino accompagna l’ascoltatore per tutto il viaggio, penso che comunque pur essendo talvolta tecnicamente complesso rispetto ai nostri album del passato, “Lo sgabello del rospo” sia un disco in cui l’atmosfera gioca un ruolo fondamentale.

Ci sono agganci con la realtà che ci circonda?

Non credo sia una metafora della nostra realtà ma credo che un’equazione tra il nostro mondo e quello delle rane possa comunque essere interessante.

In che modo le fiabe sono una maniera per raccontarci e raccontare?

La nostra è sicuramente una delle soluzioni ma certamente non l’unica.

Qual è l’idea forza dei Fiaba?

Il fatto che il nostro progetto è fondato  proprio sulla fiaba che ha un potere di evocazione di una forza impressionante.

Dal punto di vista musicale, il vostro nuovo album è molto coeso ed unito…

Credo sia una caratteristica dei Fiaba, la composizione de “I sogni di Marzia” del ’92 ha portato addirittura come risultato finale di un concept la stesura di una suite.

Vi siete sempre distinti per una linea melodica molto ben precisa…

Un’altra caratteristica dei Fiaba.

In quali aspetti del vostro sound si nota la vostra appartenenza alla scuola progressive?

Direi che nei Fiaba rimane forte l’intenzione concettuale del prog ed attingendo al medesimo immaginario i temi trattati, sia dal prog che da buona parte di un certo metal, con il sapore deciso di quest’ultimo ma le strutture musicali adoperate da noi hanno come base la ricerca di uno stile minimalista ed impressionista che non appartiene ai generi sopraccitati. Nelle composizioni, sul piano del valore estetico, non sono presenti né i barocchi stupendamente ridondanti arrangiamenti armonici di un prog né gli entusiasmanti voli pindarici dei virtuosismi metal (che per altro noi rispettiamo ed apprezziamo come ascoltatori). Il nostro tentativo è stato sempre quello di ricercare una modalità espressiva personale e di semplice comprensione senza ricadere in cliché che a suo tempo, proposti come modelli innovativi, hanno caratterizzato grandissimi gruppi che sicuramente hanno fatto meglio di come potremmo fare noi riproponendoli.

Ci volete raccontare una breve fiaba a mo’ di chiusura di intervista?

C’era una volta un produttore che vide suonare un gruppo in un pub e disse: “Ehi ragazzi, mi piace la vostra musica, vi farò sfondare con questo sound”, il gruppo senza accettare compromessi di nessun genere e facendo sperimentazione artistica senza limiti riuscì a sfondare e i musicisti diventarono ricchi e famosi. È certamente la fiaba più: brutta, antiestetica, meno poetica e sicuramente scritta peggio che noi potessimo mai concepire ma sicuramente, come “fiaba”,  la più verosimile.

 

EMANUELE GENTILE

 

METAL SHOCK             novembre 2001

 

Fiaba “Lo Sgabello Del Rospo”

(Lizard/Audioglobe)

 

Non potevano che chiamarsi Fiaba. A loro piace raccontare storie, anzi favole e musicarle ed il bello è che i Fiaba sanno creare ottima musica, sempre in bilico tra progressive ed alcuni momenti più hard rock, se non metal. Strana ed affascinante la voce di Giuseppe Brancato e le due chitarre di Massimo Catena e di Carlo Bonfiglio, sanno essere graffianti e melodiche allo stesso momento. C’è poi la sezione ritmica con Giuseppe Capodieci al basso e con Bruno Rubino alla batteria, sempre pronta a creare variazioni ritmiche che ben si adattano al particolare sound della band. Non ci sono tastiere (strano per un gruppo prog) e ci sono molti riferimenti al progressive italiano degli anni settanta. Difficile citare i vari brani, che rappresentano varie scene di questa storia, dedicata a rane e rospi e che si svolge in un bosco nel medioevo immaginario, come precisa la band. Se avete voglia di un disco diverso dagli altri, originale e alquanto strano ed affascinante, allora provate ad ascoltare i Fiaba, una band particolare, sicuramente difficile, ma bastano ascolti attenti, per riuscire ad entrare nel loro mondo, un mondo fatto di favole da raccontare, accompagnate da un sound che potrebbe far presa anche sul popolo metallico oltre a quello del prog. Da menzionare l’ultimo brano, “Scena VIII (Lo sgabello del rospo)”, chiaro esempio che la band sa creare anche dell’ottimo metal progressive. Dar vita ad un lavoro del genere, oggi è segno di coraggio e di coerenza, elementi che ai Fiaba non mancano affatto.

 

(FL)

 

METAL SHOCK            marzo 1997

 

Fiaba

Il cappello a tre punte (Lizard/99th floor)

È un mondo fatato quello dei Fiaba, un mondo pieno di folletti, draghi. Mostri e strani personaggi, un viaggio nella fantasia astratta dove la voce di Giuseppe Brancato, insieme agli altri componenti della band, a suon di metal-progressive ci accompagnano nelle loro strane storielle, a volte un po’ folli, ma geniali e simpatiche. Il sound che i Fiaba ci propongono è un concentrato di sonorità dedite al metal-progressive mescolate a balla te folkloristiche arrivando a sembrare a volte, specialmente in brani come “Il cappello a tre punte” e “Il segreto dei giganti”, una specie di Angelo Branduardi in versione metal, sia per la timbrica vocale che per le incursioni nel folk, rimanendo comunque un sound pesante e coinvolgente. I testi sono tutti in italiano e sono corredati da una musica che fa emergere, oltre al menestrello Giuseppe, anche i due chitarristi, Salvatore Salice e Antonio Arcidiacono, che tra riff ed una buona solista formano un resistente muro sonoro sorretto anche dalla sezione ritmica del basso di Cosimo Tranchino e dalla batteria di Bruno Rubino. Altri ottimi brani scorrono via come “L’omino di latta”, “La rana affogata”, e “La profezia”, tutte storie che vi terranno compagnia per più di mezz’ora e che presentano i Fiaba come un gruppo un po’ bizzarro, ironico e che fa della musica un mezzo per poter dare svago alla loro fantasia.

“Usciti dal mondo di sotto s’incamminarono nel mondo sopra per raggiungere lo stagno….” questa frase del retrocopertina sarà sicuramente un invito per entrare in questa affascinante Fiaba, chissà, forse qualcuno si ritroverà poi a raccontare le sue impressioni di questo viaggio nel fantastico.

 

(FI)

 

METAL SHOCK   agosto 1994

 

Fiaba

I siciliani Fiaba sono la dimostrazione di come il rock nazionale sappia sfuggire alla retorica.

Il batterista Bruno Rubino è un autentico fiume nel raccontarci storie di celti e templari.

 

La voce dall’altro capo del filo è nitida, convinta e gli oltre mille chilometri di distanza sembrano scomparsi nella cornetta. Bruno Rubino, batterista ed anima dei Fiaba, ci mette pochi secondi a scaldarsi, qualche convenevole e dopo il fiume di parole si riversa sul sottoscritto, incapace di arginare tanto ardore, ma affascinato dagli argomenti più disparati. Dopo qualche minuto di monologo, irrompo e cerco di canalizzare l’intervista.

Ok, ok. Ma prima di continuare, dammi qualche cenno biografico della band, così anche i lettori riescono a focalizzare chi sono i Fiaba.

“Tutto è nato tre anni fa da un’idea di sperimentazione e dal desiderio di creare un rock di ricerca ed allo stesso tempo commerciale. Ma non fraintendere quest’ultima parola, la intendiamo solo come capacità di ascolto immediato, non c’è nessuna concessione. Ho un passato negli Arabesque, una class metal band da te recensita ultimamente, poi il progetto si è fermato per volontà del leader Andrea ed io ho iniziato a lavorare ai Fiaba e così ho cercato musicisti emotivamente coinvolti e decisi a seguirmi, visto che avevo già trenta pezzi pronti.”

Non pensi che la tua personalità possa offuscare quella dei tuoi compagni, considerando che il materiale era già definito?

“Io non ho cercato dei sessionmen, i Fiaba sono un gruppo, dove quello che conta è la magia, il sapore. Ho cercato prima fiducia reciproca, poi la passione, il condividere un’idea ed infine il musicista. In fin dei conti la nostra è musica semplice, quasi facile, cerchiamo di ripescare sonorità folk, della nostra terra e chi ci trova influenze celtiche ha ragione, ma solo perché i celti solcarono la nostra isola molti e molti anni fa.”

Parli di musica semplice, non pensi di spiazzare chi si aspetta dai Fiaba voli pindarici e novità di ascolto?

“Sarebbe un discorso lunghissimo, ma non è detto che per fare musica intricata bisogna fare sfoggio di tecnica. Noi inseriamo ritmiche particolari, quasi da festa paesana, in armonie rock, pur mantenendo un’identità nostra, che noi amiamo definire lunare. Lavoriamo molto sulla fusione tra testo e musica, ansi posso dirti che noi partiamo sempre dalle parole. Alcune volte basta un’immagine per far nascere un titolo, un testo e poi la musica. C’è molta musica calda, vitale, ma noi amiamo suonare sonorità sotterranee, quasi fredde, ma chi ascolta le troverà sempre attraenti.”

Quindi mi pare di aver capito che si tratta di materiale datato, quello che compone il vostro primo album “L’appiccato”?

“Tu sai che si tratta della riregistrazione dei nostri due demo ed in effetti non è materiale recentissimo, ma tra i due avevo previsto un nastro intitolato “La Travatura”, imperniato su una leggenda locale legata agli scalpellini(gli scultori), una casta che aveva conoscenze esoteriche, con alcuni iniziati che erano molto vicini ai templari. Un lavoro prossimo forse.”

Passando ad un discorso tecnico, come siete arrivati alla Mellow Records, che ultimamente mi sembra una sorta di immensa piovra?

“Niente di particolare, i nostri demo sono finiti nelle mani di Mauro Moroni ed abbiamo firmato il contratto. Siamo legati all’etichetta solo per questo album, poi vedremo.”

Ti faccio una domanda provocatoria: cos’è per te l’arte?

“L’arte pura non ha un sottobosco originale, forse non piace nemmeno a chi l’ha creata, non ha un passato, un riferimento. La vera originalità potrebbe essere sterile, forse fine a se stessa, magari è l’insieme di nozioni che non mi appartengono, ma le catalizzo, le accetto passivamente e le rifondo come progetto artistico. Non c’è arte bella o brutta, c’è solo l’arte.”

Una curiosità: in un catalogo dell’etichetta Witchhunt, ho letto di un vostro imminente lavoro in inglese, cosa puoi dirci?

“Purtroppo è tutto saltato, perché dopo un EP ci chiedevano entro il 1995 un album intero. Ma noi non siamo musicisti che scrivono a comando. Per ora è tutto rimandato, ma siamo rimasti in buoni rapporti ed in futuro la cosa potrebbe concretizzarsi.”

E a proposito di futuro, cosa vi aspetta domani?

“Il nostro desiderio è di rigenerarsi artisticamente, di non ristagnare mai nel presente, di guardare oltre, di non accettare mai un ruolo, ma di crearne di inediti. Il resto: dischi, concerti, speranze sai già tutto. E’ già tutto scritto, nel lato oscuro della luna.

 

GIANNI DELLA CIOPPA     

 

 

METAL SHOCK gennaio 1993

 

Fiaba “I Sogni Di Marzia” (top demo di quel mese n.d.M.C.)

 

I Fiaba di Siracusa nati nel ’91 grazie a Bruno Rubino (batterista), sfornano un secondo demo a breve distanza dall’esordio di “XII L’appiccato”, datato gennaio ’92 che ha già ricevuto consensi anche dall’estero. Non credo alle mie orecchie! E’ arduo inquadrare stilisticamente questo quartetto che si muove prevalentemente in un ambito favolistica con sonorità dal sapore celtico-medievali, il tutto in un contesto moderno ed originale.

“I Sogni Di Marzia”è , se così si può definire, una lunga suite, composta da più parti legate tra loro e che si completano a vicenda…..un concept che narra la storia di Marzia alla ricerca del suo bambino che le fate cercano di rapire, ma è il narratore, entrato in scena, che salva il piccolo portandolo nella foresta. Questa ricerca nasconde in realtà un iter spirituale che porta Marzia dall’adolescenza alla maturità, il tutto vissuto in un mondo di sogni; ed ecco che la fiaba è creata!

La cosa che più mi ha colpito di questo lavoro è il modo in cui sono state impostate le liriche, interpretate magistralmente da Giuseppe Brancato, che ipnotizzano con l’alternarsi di cantilene di teatralità, quasi si stesse assistendo ad un’opera lirica! L’altalenante ripetersi dei veloci ritornelli, che sembrano quasi delle filastrocche crea un atmosfera incantata da cui si viene attratti.

Un lavoro unico nel suo genere! Sono pronto a scommettere sui Fiaba quello che volete, la classe non è acqua!!

                                                                                                                                 

(VS)