Rockerilla    febbraio 2002

Fiaba "Lo sgabello del rospo" (Lizard/Audioglobe)

Nonostante il nome dei siciliani Fiaba sia stato spesso accostato alla nostra fiorente scena prog-metal, il loro terzo album "Lo sgabello del rospo" li identifica chiaramente fra gli epigoni di una tradizione a mio avviso ben più prestigiosa, il rock "romantico" progressivo italiano del 1970 e dintorni. Come se non bastasse il suo "cappello a tre punte" (che dava il titolo al precedente album, del 1997), memore dei costumi teatrali di Peter Gabriel e dello stesso Aldo Tagliapietra delle Orme, il vocalist Giuseppe Brancato caratterizza con un'enfasi operistica assolutamente "latina" lo stile del gruppo ricco di sfumature e di parti strumentali evocative ( ad es. "La stanza dei profumi") ben distante dallo sfoggio tecnicistico dei cloni dei Dream Theater.... Così come la chitarra a ritmo di tarantella di "Una cena da re nelle segrete d'Acquaria", più vicina al folklore mediterraneo degli Osanna che ai gargarismi di Malmsteen. Inoltre la sensibilità che pervade le liriche e la dedica dell'album, "a tutti i piccoli animali che perdono la vita nel tentativo di attraversare la strada" è cosa d'altri tempi, in un'epoca di ultraviolenza e cinismo imperanti. Certo i Fiaba non rinunciano all'energia dell' hard rock ("La morte di Gora", squarci della complessa "Lo sgabello del rospo"), ma sempre in termini di classica, artigianale fattura, senza ombra di rutilante produzione. I toni favolistici del rock progressivo si riflettono anche nell'ambientazione dell'album, in un "Medioevo immaginario", e nella poesia simbolica dei testi, ma in ogni caso Fiaba si confermano gruppo a sé stante e lontano dai luoghi comuni, anche nel rifarsi ad un'epoca storica del rock italiano.

BEPPE RIVA

 

 

 

 

Rockerilla settembre 1994

 

Fiaba “XII L’appiccato”

 

Un profondo respiro prima di iniziare la recensione di questo CD…troppo entusiasmo potrebbe nuocere al gruppo stesso.

Prodotto dall’impressionante originalità, dall’incredibile forza intrigante, capace di ammaliare e sedurre come raramente accade, questo “XII L’appiccato” ha la capacità di trasportare l’ascoltatore in un fantastico viaggio che non è sbagliato definire allegorico.

Filastrocche come testi, chitarre distorte come base musicale ed una certosina sezione ritmica a supportare e guidare il tutto… null’altro che meravigliosa autenticità come risultato.

Le partiture che incorniciano la confessione dello spaventapasseri, la macabra ricerca che Marzia fa del figlio rapitole dalle fate od il “trip” del fauno sul dorso del rospo richiamano vagamente le cadenze della Gavotta, della Giga, del Minuetto e degli altri movimenti che costituiscono la “suite Barocca” del XVI secolo….. non si fraintenda, niente archi o fiati, niente motivi dolci e necessariamente armoniosi, solo splendide chitarre e una sezione ritmica tanto semplice all’apparenza quanto geniale ad un ascolto attento.

Prendono da queste forma melodie decise ed energiche che dipingono ambienti dalle tinte forti e cupe, dallo sfondo amaro; spazi nei quali vaga, come una lanterna ad illuminare paesaggi anni luce distanti dalla nostra quotidianità, una possente voce dalla tagliente espressività.

Una musica dalle forme inusuali, che nulla ha in comune con ciò a cui siamo abituati e che, per questo, allontana dalla normalità; mirabile la capacità di unirvi versi in grado di raccogliere immagini di vita “da favola” e di costringere entro questi anche ideali che non fanno più parte della nostra realtà. Una esistenza che viviamo giorno dopo giorno con le ali dei sogni tarpate dalla paura dell’effimero, dove i desideri sono a tal punto deformati da non avere il coraggio di superare “il realizzabile”.

L’appiccato: la carta del passaggio dalla fase materiale a quella spirituale, il mezzo per riuscire a staccare i piedi dall’asfalto ed elevarsi a valori superiori.

                                                                                                                           

LUCA RODELLA